Olimpiadi: 3 lezioni (non scontate) per le aziende
In piene Olimpiadi 2024 a Parigi, i luoghi comuni si sprecano. Si va dall’ever green “l’importante è partecipare” (per altro messo in discussione dal commento di una giornalista italiana proprio in questi giorni, ma lascio da parte la polemica relativa), passando dalla preferita dei coach “è tutta una questione di mindset”, fino al fatalista (ma ammirato) “alcuni di questi ragazzi si allenano quattro anni per giocarsi tutto in pochi minuti”.
Personalmente ho seguito le gare a tratti. Per alcune mi sono emozionata ma non sono un’esperta di nessuna disciplina. Mi sono però ritrovata a pensare ad alcuni insegnamenti dicamo così “collaterali” che le Olimpiadi potrebbero offrire alle aziende di oggi. E non mi riferisco ad un generico “spirito sportivo”, alla capacità di impegnarsi e al perseguire un obiettivo con passione. Tutti aspetti importantissimi ma forse scontati (anche se non per questo necessariamente applicati…).
Le mie riflessioni si sono posate altrove.
1. Dosare le energie
Ciò che un atleta sa bene è che le energie non sono illimitate. C’è chi le spalma in modo equo nel corso di tutta la competizione e chi invece si trattiene all’inizio per dare il massimo nel rush finale. Quello che succede invece in molte imprese è che si frulla incessantemente e costantemente per tutto l’anno… Ecco: non sarebbe male se si capisse che non è il modo migliore di procedere. Che gli unici risultati che si possono ottenere sono: persone stressate, turnover, errori. Nei casi peggiori: infortuni. Non credo che ci voglia un genio per capire che se gli sportivi più performanti al mondo non sono in grado di sostenere il massimo ritmo all’infinito, difficilmente ci riusciremo noi comuni mortali. Per altro impegnati in lavori che non è detto che ci appassionino.
2. Ci vuole preparazione (leggi: formazione)
Non si giunge al terreno di gara (o acqua) senza essersi lungamente allenati prima. In genere con uno o più allenatori. Pensare di poter tralasciare la formazione interna e di affidare l’andamento aziendale su forzati autodidatti è quanto meno azzardato. Lo stesso vale per la variazione di competenze. Benissimo che si incoraggino i collaboratori ad ampliare le proprie skills mettendosi alla prova in mansioni differenti, ma sempre con il debito affiancamento. A nessuno a Parigi sarebbe venuto in mente di buttare la ginnasta Simone Biles a tirare al piattello perché faceva comodo una persona in più lì!
3. Accettare il giudizio
La paura del giudizio degli altri è una delle principali paure dell’essere umano. Forse è per questo che abbiamo cominciato a rifiutarlo a priori. Trovare soggetti capaci di accettare un giudizio senza schermarsi dietro a scuse, a rivendicazioni del tipo “sono fatto così” o a messe in discussione della validità del giudizio (solo perché sgradito) è sempre più raro. Le Olimpiadi ci insegnano che i giudizi possono piacere o meno, ma ce ne sono alcuni a cui dobbiamo sottoporci accettandone le conseguenze, nel bene o nel male.
Quante volte sul lavoro ci si limita ad etichettare con epiteti non proprio lusinghieri il collega o superiore che ha espresso un giudizio su di noi, senza concederci il beneficio di un po’ di sana autocritica? Certi giudizi fanno male, ma fanno anche crescere. Dovremmo imparare a valutarli prima di respingerli per partito preso. E imparare a valutare noi stessi.
Come ho detto non mi intendo di competizioni agonistiche. Lo sport in cui forse riesco meglio sono i voli pindarici… e questi tre voli li offre la casa!