Scelte politiche e scelte aziendali: quali hanno più potere sulla cultura?
Nel corso del mio lavoro di culture change consultant mi è capitato più volte di ricevere policy aziendali, codici etici, addirittura un vademecum sul linguaggio inclusivo, dove le aziende descrivono molto chiaramente come vogliono che i loro collaboratori si comportino e secondo quali principi etici. Dove si promuovono l’inclusione contro ogni tipo di atteggiamento discriminante verso le diversità.
Studiandoli mi sono ritrovata a pensare: se nelle grandi aziende questi temi sono praticamente un obbligo, se il fatto di sposare certi valori diventa un requisito per poter far parte di quella realtà lavorativa, allora che senso ha, ad esempio, che un politico si schieri contro il mondo omosessuale oppure contro determinate etnie quando una parte del suo pubblico votante lavora in Organizzazioni che considerano l’inclusione un must have?
Chi ha più potere di influenza culturale: la politica o le aziende?
Faccio un’ulteriore considerazione: ci sono sempre più standard aziendali europei o addirittura internazionali che “impongono” l’accettazione della diversità.
Giusto per citarne alcuni:
- la certificazione ISO 30415 su diversità e inclusione
- la linea guida per la parità di genere UNI/PdR 125:2022
- la certificazione etica SA8000 per la responsabilità sociale
Le aziende che vogliono certificarsi rispetto a queste tematiche sono tenute a rispettare gli standard di riferimento.
Oltre ad essere una scelta etica, ottenere simili attestati rende un’Organizzazione più competitiva, in quanto più appetibile per gli stakeholder… senza contare che, spesso, avere o meno una certificazione permette di accedere a specifici bandi, incentivi economici o sgravi fiscali.
Insomma, etica e business qualche volta vanno a braccetto. O almeno ci si prova.
Da qui la domanda: come può una parte della politica incoraggiare prese di posizione che il business stesso scoraggia?
C’è davvero un dibattito laddove l’economia ha già deciso in che direzione vuole andare?
Se sono davvero gli interessi economici a reggere le fila di questo nostro strano mondo, la risposta dovrebbe venire spontanea. O, almeno, dovrebbe essere spontanea in futuro, quando il numero di aziende che avrà scelto (per buona volontà o per vantaggio) di sposare l’inclusione avrà superato la massa critica.
Le grandi aziende hanno un potenziale incredibile nell’affermazione culturale.
Vengono a contatto con un numero considerevole di persone e, a differenza dei politici, non sono soggette al voto. Certo, per funzionare bene è necessario che abbiano il consenso di coloro che ne fanno parte. Ma, dopo essersi fatte due conti, possono permettersi prese di posizione ferme del tipo: “questi sono i nostri valori, punto e fine”.
Tuttavia non credo che sia il potere dell’ultimatum a rendere le aziende più influenti sui temi etici.
Probabilmente il fatto di dover lavorare insieme per raggiungere un obiettivo comune – il successo dell’azienda – aiuta le persone a ragionare in un’ottica comunitaria.
Non solo: le aziende che lavorano per l’inclusione e la responsabilità sociale si impegnano in percorsi di sensibilizzazione e formazione in un modo che il sistema educativo nazionale non riesce ad equiparare (vuoi per minor budget, vuoi per il fatto che spesso certe iniziative sono lasciate alla discrezione e alle competenze del corpo docente, spesso scarno).
Forse in definitiva allo stato attuale sono proprio le grandi aziende il luogo in cui si trovano le maggiori opportunità di cambiare la cultura. Anche perché, a torto o a ragione, oggi in Italia il modo migliore per non essere più preso sul serio da nessuno è proprio diventare un politico…